fiori sul tavolo
18/05/2008 - 19:44
E cosa c'è di più romantico di un bel bouquet?
I fiori sono sempre qualcosa di prezioso se pur umili...
pianoforte
11/05/2008 - 18:48
IN DUE SUL PIANOFORTE
(scritta con Mercede)
Vorrei
parlarti del miei giorni
sedendomi al tuo fianco
davanti a un pianoforte
e poggiato il mio passato
sulla coda in cerca di armonia
suonare a quattro mani una poesia
duro non sarà lo scendere
e salire le sue scale
ricordando le passioni
che ho vissuto proprio ieri
sfiorando con le dita i miei momenti
quelli veri e quelli stanchi
"spartiti" tra le note
in tasti neri e tasti bianchi.
Ti dirò di questi versi
che saranno il mio sostegno
a trattenere le illusioni
di vivere un bel sogno
e adesso suona tu le tue parole
mentre io t'ascolto e t'accompagno.
E io racconto
di passioni che squassano il mio cuore
e che mi fanno correre nel vento
su una scogliera ad urlare a perdifiato
mentre la musica pervade la mia essenza
lacrime ardenti
di dolori mai acquietati bagnano il mio viso
note gravi di morte e solitudine
rintoccano nel vuoto
e gioie di un momento
come trilli acuti in successione
volteggiano nell'aria,
bolle di sapone della vita
svanite troppo in fretta e già scordate
ecco, ho finito. ritiro le mie mani
dai tasti bianchi e neri
la musica è finita: rimane ancora
la passione in note,
in un'unica armonia
di chiaroscuri, gioie e dolori,
resta la vita,
la vita mia
ancora fiori strani
11/05/2008 - 18:31
IL maglioncino rosso
01/05/2008 - 15:13
A volte riscopro la mia fanciullezza,qualcosa che passando per la mia alcova si è fermata in un angolino e non smette mai di guardarmi!
Ogni individuo nella sua vita passa per un momento in cui riesce a scrollarsi finalmente di dosso la sua sensazione di passato, un momento in cui può finalmente decidere per una svolta .Era così che mi sentivo io, finalmente potevo mettere da parte quell’odioso maglioncino bianco che per tanti anni era stato il mio indumento e che contrassegnava l’appartenenza alla sezione A della scuola elementare Chiarelli. Mi sentivo come fossi riuscito a togliere dalla mia pelle un tatuaggio poco desiderato, uno di quelli che però lasciano il segno come una cicatrice, forse perché con quel maglione mi rendevo conto che stavo togliendomi di dosso anche parte della mia fanciullezza e se pur era questo che avevo tanto agognato non era facile comunque non pensare ai due lacrimoni della mia maestra il giorno dell’ultimo saluto, quando ci mostrò tutta la sua umanità e quando mi resi conto, dopo averla paventata quasi un come un mostro, come spesso fanno i bambini, che quel viso in fondo nascondeva un’enorme dolcezza che non avrei mai più dimenticato. Lei aveva fatto qualcosa per me davvero molto importante, era riuscita nel suo intento, come diceva le “io sapevo leggere, scrivere e far di conto.”
Ma adesso in soli tre mesi di vacanze estive in me era cambiato tantissimo, stavo per entrare in una scuola dove non avrei avuto più un solo insegnante e sicuramente questo era un indice che io ero indubbiamente cresciuto. Anche io quindi avevo bisogno di cambiare il mio modo di pormi nei confronti degli altri, abbandonai la vecchia cartella con i due fibbioni per sostituirla con la fascia elastica che era sicuramente “più da grande”, indossai quindi il nuovo maglioncino rosso con le fibbie dorate sul petto e con il mio ciuffo da Little Tony biondo mi incamminai verso la scuola e la mia adolescenza.
La scuola si trovava nel rione Carmine un quartiere che praticamente ospitava quasi tutti i ragazzi scapestrati della città e che quindi avrebbero frequentato anche la mia stessa scuola era consuetudine quindi sentire notizie di ragazzi che litigando avevano subìto lesioni al naso o alla testa ecc, per un bel po’ di tempo ho pensato che la scuola si chiamasse Battaglini proprio per questo motivo.
L’ansia del primo giorno era davvero enorme e cresceva man mano che percorrevo la strada che accorciandosi ingigantiva ai miei occhi l’edificio e quando finalmente vi fui entrato ,davanti alla porta della sezione C, capii subito che lì dentro non avrei avuto vita facile: una classe di 24 ragazzi ,7 maschi e 17 femmine, Totò avrebbe detto: “vi ci sapete mettere eh!.”
Naturalmente gli altri 6 ragazzi a differenza di me appartenevano tutti al quartiere, per cui essendo io il pesce fuor d’acqua mi ritrovai solo e non fu affatto facile riuscire ad entrare nel giro, dovetti pagare il dazio a suon di compiti copiati.
Al primo colloquio infatti già i professori comunicarono ai miei la loro preoccupazione per la possibilità di un mio plagio, avevano cioè il timore che l’unico maschietto studioso potesse essere trasportato verso l’inezia del gruppo, così si decise di seguire il consiglio di un docente; si divise la classe in due tronconi di banchi lasciando lo spazio al centro nel quale fui posizionato io col mio banco, da solo. Ero e continuo ad essere dell’idea che come minimo questo professore meritasse la fustigazione morale alla colonna del sapere, nel senso che avrebbero dovuto farlo inginocchiare sui ceci e fargli leggere tutte le ricerche fatte dalla Montessori. In quei tempi infatti i ragazzi venivano trattati così per due motivi; quando erano considerati i peggiori della classe o quando avevano il problema dei pidocchi, visto quindi che il secondo problema era impossibile riscontrarlo in me tutti quanti mi scambiavano per il ciuccio della classe, praticamente mi prendevano in giro tutti persino i bidelli. Questo avvenne fino a quando non si accorse del fenomeno il vicepreside che vedendomi al centro della classe si arrabbiò con me e mi impose di spostare il banco vicino alla cattedra eliminando definitivamente l’ipotesi dei pidocchi e rafforzando ancora di più quella del ciuccio.
La cosa più strana che potevo rilevare in quegli anni era come in qualche modo i cognomi dei professori fossero associabili alla loro vita, penso che fosse accaduto nel loro modo di vivere una sorta di assoggettazione al cognome stesso. L’insegnante di italiano si chiamava Greco ed a me dava sempre una sensazione d’inopportunità anche perché parlava quasi sempre in dialetto. La professoressa di scienze era una donna ormai non più tanto giovane o forse lo era ma a quell’età si sa, i professori sembrano tutti un po’ più grandi, possedeva una certa signorilità e gentilezza ricercate, il suo cognome era Carie.
Questa signora fu subito colpita dal mio modo di seguire le sue spiegazioni e non appena fu possibile, al primo colloquio ne informò i miei genitori complimentandosi .Era sinceramente entusiasta dal mio modo di contemplarla durante i suoi discorsi sicura che mi interessassero, in realtà la poverina era ben lontana dal sapere il vero motivo della mia attenzione. Le lezioni naturalmente mi interessavano molto, ho sempre amato conoscere la natura e tutte le leggi che la governano, ma il vero motivo per il quale continuavo insistentemente ad osservarla, era quello di cercare tra le sue parole che fessuravano le sue labbra uno scorcio che potesse confermare la mia idea su di lei e cioè ,dato il suo cognome, che questa donna portasse la dentiera. L’insegnante di francese era un uomo alto di notevole stazza fisica od almeno la vedevo io ed inoltre la sua voce baritonale gli conferiva un tono ancora più austero ,il suo cognome era Delfini ed io, come spesso fanno i ragazzi a quell’età, cercavo un minimo particolare nel suo corpo o nei suoi atteggiamenti che potesse giustificare quel suo strano cognome, ma a primo impatto non riuscii a scorgere nella sua indole nessun elemento ittico, quando finalmente il professore mostrò le sue mani tutto mi fu chiaro ed effettivamente quando si arrabbiava sul serio volavano certi colpi di pinna!
Quest’uomo oggi potrebbe essere tranquillamente definito una Cassandra lungimirante, infatti allora nessuno gli credette quando diceva che di quella classe nessuno sarebbe diventato importante nella vita. Gli altri professori erano quelli che noi tutti definivamo “di poca importanza”, insegnavano materie minori, definite tali non tanto perché non servissero nella vita ,ma in quanto pesavano meno sul giudizio di fine anno. Uno mi risultava fortemente odioso era quello di educazione artistica e questo perché continuava a deridermi per il mio strano cognome, Montanaro, che secondo lui doveva provenire da qualche mio antico parete che amava scendere e salire dalle montagne, il nome di questo strano uomo era Oliva, non sono mai stato un grande disegnatore ma alla lavagna quando lui non c’era, le olive coi baffi mi venivano veramente bene. Inoltre quest’uomo mi insegnò che in fondo la differenza tra artistica ed educazione fisica non era poi così riscontrabile, infatti chiunque fosse entrato durante lo svolgimento delle lezioni di queste due materie non sarebbe riuscito a capirne la differenza in quanto in entrambi i casi la scena che gli si sarebbe presentata dinanzi sarebbe stata la medesima :i ragazzi a copiare i compiti della altre materie, il professore che leggeva il giornale. A dire la verità il mio insegnante di ginnastica di atletico aveva ben poco e mi viene molto difficile pensare che un tempo avesse potuto possedere un fisico atto a fargli fare movimenti plastici, la sua pancetta , sulla quale albergava perennemente una cravatta visibile attraverso la scollatura a V del suo maglione la diceva lunga. A volte però decideva di insegnare un pò di teoria che secondo lui doveva essere l’anatomia umana e quindi attaccava con la solita tiritera come fosse una litania : “il corpo si divide in tre parti: capo tronco ed arti. Il capo va dai capelli alla mandibola ecc. ecc.” e mentre lui continuava a declamare fino ad arrivare ai malleoli, tutti i ragazzi cullati da questa nenia entravano tranquillamente nel mondo dei sogni.
L’insegnante che sicuramente ha lasciato in me il ricordo più dolce fu una sostituta dell’insegnante di lettere all’ultimo anno.
Era una donna di media altezza ed età ,con un sussiego ed una ricercatezza nei costumi degni delle più nobili dame di una volta .I suoi lineamenti aggraziati lasciavano trasparire una beltà giovanile non ancora sfiorita incoronata da una chioma quasi completamente canuta a taglio corto che dava un senso al suo bel cognome che sembrava ricucitole addosso: Biancofiore. Lei passò senza strappi nella mia vita, tanto da non permettermi quasi di ricordarmi episodi rilevanti della sua presenza se non appunto un eleganza tutta particolare.
Intanto che passavano i mesi mi rendevo conto che in me stava cambiando qualcosa che ancora non riuscivo a definire perfettamente,molto probabilmente questa cosa stava influenzando anche il mio modo di pormi nei confronti delle ragazze e della mia famiglia, prima infatti c’era intesa con i miei e contrasti con le prime ma adesso gli atteggiamenti si stavano invertendo. A dire la verità non è che fosse poi così facile come adesso attaccare bottone; non c’erano cellulari ne internet e se volevi scrivere qualcosa dovevi per forza usare i vecchio metodo: carta e penna. Non era neanche facile far pervenire una lettera all’interessata, per posta era impossibile sarebbe stata prontamente intercettata dai genitori, allora non erano poi così accondiscendenti ,Anzi! Quindi non restava che affidare lo scritto ad una persona di fiducia che quasi sicuramente l’avrebbe letto e fatto leggere all’intera scuola.
Io con il mio ciuffo biondo non è che potessi rischiare poi tanto perché in quel periodo la generazione di Happy Days aveva già lasciato il posto a quella dei Duran Duran e quindi ero già un po’ superato. Un giorno due miei compagni di classe un po’ bontemponi saputo il mio interessamento per una ragazzina di terza decisero di redigere un messaggio d’amore, recitava una poetica molto profonda, pressappoco così: Tu mi piaci molto, voglio mettermi con te. Una mattina mentre ignaro di tutto entravo in classe mi si avvicinò un ragazzetto che mi consegnò un foglietto sul quale la ragazzina aveva composto una lettera molto bella e soprattutto lunga con allegata una piccola mappa disegnata del luogo dove avremmo potuto incontrarci. Il pomeriggio stesso mi incamminai verso il luogo indicatomi con un’ansia che divorandomi lo stomaco si trasformò ben presto in angoscia, quando mi accorsi che mi stava aspettando…Tutta la scuola! Ricordo le loro risate ma soprattutto quelle della ragazza che complice di tutto ,se non la mente, si sbellicava in una maniera indecente. Girai sui tacchi diretto a casa e mi accorsi fuggendo da quelle risa che il sole di primavera faceva apparire ai miei occhi gli alberi come rivestiti di verdi paillettes che si muovevano in una musica dolce soffiata dalla brezza .Quelle risa mi erano saltate addosso rimbalzando sul mio maglioncino rosso con le fibbie dorate sul petto. Era quella la mia protezione, io non avevo schemi, non ero omologato perché non avevo un’uniforme ,non più, mi sentivo diverso.
Mentre continuavo nel mio andirivieni tra casa e scuola pennellando la strada mi accorgevo sempre più che ci mettevo sempre meno tempo era come se crescendo stessi consumando la strada accorciandola.
Sono passati tanti anni oramai ed anche il ciuffo biondo ha deciso di staccarsi da me ed è rimasto appoggiato alla mia età trascorsa ,ma quel maglioncino mi è rimasto addosso ,rosso ,con le fibbie sul petto.
Dinanzi al focolare
scoppiettano due ciocchi a piccoli lapilli
balzano dal fuoco gocce a fontanelle
mi fingo di essere fuori, nella notte
ad osservare le meteore cadenti
e vampe di calore
illuminano la stanza rossa come brace
fiotti di lucerne sui ricordi accesi,
ritorno nudo alla mia essenza
a tutta la mia fanciullezza spesa
rovisto nel passato
e cerco ancora i tesori di pirati
tenendo tra le mani come mappa
l'emozioni che guidavano l'infanzia.
cullato dalle mille sensazioni
I ludici momenti
tiravano la corda con i lucidi tormenti
fino a trovarne un equilibrio
nelle corse senza fiato incontro a nulla
per il solo diletto di stancarsi
piccole avventure
condivise col televisore
di tutti quegli eroi dal cuore di cartone
momenti sulle dita le cui unghie
sotto i morsi facevano le spese.
risate fragorose
riecheggianti nelle stanze
per piccoli pensieri, per attimi passati
diafani percorsi a tracce rade
che i sensi predatori faticano a trovare
e tutto torna fumo
che passa nel camino
e lascia nella mano la porpora del viso
il liquido rubino nel calice che bevo
mi dona quel sorriso che avevo da bambino.
Di sole d'azzurro
29/04/2008 - 23:02
una magnifica interpretazione delle più belle e brave interpreti italiane:
Dimmi…
A cosa serve aver le ali
se non le appoggi al vento.
I soli sospiri non bastano
a smuovere le piume
unte dalla pece dei ricordi.
Tutto il mio passato
è un’immagine sfuocata
che attraversa il mio vissuto
è un angelo che cade nell’immenso
seguendo la lacrima di un pianto
e lascia la sua scia d’incenso
sugli spasimi del tempo.
cespuglio fiorito
15/04/2008 - 22:42
Avolte nell'alcova entrano immagini davvero interessanti che ti lasciano per un attimo senza parole, un cespuglietto di erba e fiori un incanto per la vista eppure così effimero...

Vita, vestita ti mostri
di sconosciuti sguardi
e soffi sui miei giorni
astuti orpelli
e nuove melodie.
i miei pensieri, sellano la mente,
illusioni che spronano il cuore
solo per momenti
allineati ai televisori,
ne cerchiamo gli ardori
li accerchiamo come stufe
noi stufi d’inverno
immagini e voci meno sconosciute
dei nostri più abituali,
chiome d’oro filate in fantasia
sorreggono dei sogno
aggrappati elle menzogne.
ceruleo riverbero del cielo
ed ogni goccia una bava d’assoluto
che scava rughe nel tempo.
Taciturno, dalla botte di speranza,
allampanato esco di nuovo
scivolando perituro nell'ignoto
e cerco la bellezza
e cerco l'uomo
fatemi sentire la sua voce, la poesia,
franga il mio torpore
nel solco dell’incanto
in questo sconfinato
turpiloquio dei sensi.

Cosa sarebbe la vita senza luce?
Ci sarebbe vita?
Ognuno ha la sua lampadina da accendere nel momento del bisogno, quando siamo soli,
anche l'ancova senza luce è solo un tugurio...
Una frase può accendere la luce e farci vedere le cose e gli altri con occhio diverso più sincero...







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